• Valentina Poletti

Il mio cammino di vita


In una vita precedente ero un indigeno nelle foreste tropicali. Tutta la mia vita sono stata in profondo contatto con la natura, con lo spirito e con la coscienza umana. La natura era la mia casa, il suo spirito accoglieva il mio, ed avevamo una simbiosi di scambio, gratitudine, abbondanza, rispetto. In quella vita ancora non conoscevo l’industrializzazione, l’asfalto, la competizione, erano concetti a me del tutto sconosciuti.

Per questo quando degli uomini moderni hanno iniziato ad assediare le nostre foreste, non li capivo. Non riuscivo a comprendere il loro punto di vista, cosa volessero, cosa cercassero. Intuivo una loro sofferenza e vuoto profondo, ma non capivo da dove venisse - in fondo erano cosi’ ricchi e cosi’ avanzati no? Invece il rapporto con essi ebbe una brutta fine. Ed e’ per questo che nella vita successiva ho deciso di incarnarmi in occidente.

Volevo capire la scienza e le tecnologie che spingeva questi esseri ad evolversi, e che al contempo li teneva in un tale stato affamato che non riuscivano mai ad avere abbastanza. Volevo capire i punti di vista dello scienziato occidentale, ma senza perdere di vista la sensibilità umana e della natura. Ed ho scelto una famiglia che era un incrocio tra queste forze. Mio padre conteneva le forze assetate di dominio maschile, di conquista e di industrializzazione, mia madre conteneva un’estrema sensibilità repressa. In più ho scelto una famiglia multi-culturale che mi permettesse di capire il mondo occidentale sotto diverse prospettive, ed ho scelto di essere donna, per vedere l’uomo dal punto di vista della donna.

Mi sono quindi imbarcata in questa vita, e le forze brutali maschili e la soppressione femminile parte della mia cultura e della mia famiglia si sono fatte sentire molto presto. Man mano che crescevo, una delle cose che notavo e che mi lasciava stupefatta, era l’assenza di foreste, l’assenza di verde. Non avevo mai visto cosi’ tanto asfalto, cosi’ tanto grigio, cosi’ tante automobili. Mi sembrava di essere in un mondo-macchina artificiale.

La seconda cosa che e’ diventata molto evidente man mano che arrivavo all’adolescenza era la brutalità con la quale il femminile era soppresso, e la barbaria del maschile. Ho presto imparato che la mia femminilita’ sarebbe stata condannata con la violenza e la crudeltà, e che avrei dovuto tollerare la durezza maschile.

In ogni caso, come previsto, fin da piccola avevo sempre tenuto acceso quell’intuito, quella sensibilità, quella curiosità, che mi portava ad osservare e passare del tempo nella natura, a porre mille domande, e a dedicarmi alla scienza, all’arte e l’introspezione per capire e scoprire.

Avevo quindi portato avanti il mio compito, sviluppando forti capacita’ scientifiche ed artistiche. Ma la bestialità a cui ero sottoposta aveva il meglio su di me. Alla fine cedetti, e quando mi allontanai dalla mia famiglia di origine mi sentii persa, in un mondo confuso e caotico. Feci tantissime esperienze alla ricerca per capire cosa aiutasse l’uomo occidentale, cosa usasse come medicina per il suo malessere. In genere era alcohol, fumo, distrazioni di ogni tipo, nulla di realmente guarito. Anche la medicina occidentale era violenta e crudele. Non capivo come la scienza aiutasse le persone, ero persa.

Fu allora che accadde un evento incredibile. A quei tempi infatti ero a New York con una borsa di studio, e vivevo nel Brooklyn. Una mattina il telefono suono’, e l’interlocutore parlava ansiosamente in Cinese, la lingua della mia compagna di appartamento. Disse qualcosa di frenetico con la parola TV, l’unica che fui in grado di capire. Cosi’ accesi il televisore, e vidi le torri gemelle del distretto finanziario in fumo. Ci misi un po’ a capire che stava succedendo davvero. Uscii per strada e la gente era in turmuglio. Nulla funzionava, mezzi di trasporto, cellulari. Per tre giorni non potei muovermi ne’ comunicare con i miei amici. E poi il mio proprietario di appartamento, perse la testa per la perdita di suo fratello negli attentati, e se ne torno’ in Cina non lasciandomi le chiavi dell’appartamento.

Fui chiusa fuori, per strada, senza niente. I libri di scuola, i vestiti, erano tutti inaccessibili. Dormii per diverse settimane da amici, finche’ un mio caro amico, non mi aiuto’ ad irrompere nel vecchio appartamento (i poliziotti non mi erano stati di nessun aiuto), per prendere la mia roba.

Ma in quel momento capii che qualcosa andava cambiato. Capii che forse l’uomo occidentale non aveva tutte le risposte come avevo pensato. Che forse in fondo tutte quelle cose avanzate che crede di avere sono solo una facciata.

Ed allora presi una decisione: decisi di trasferirmi in India. Avevo avuto molti contatti con la cultura indiana a New York, e qualcosa nel loro modo di fare mi ricordava i miei insegnamenti antichi. Sentii che avrei ritrovato la mia casa li’, e infatti cosi’ fu.

In India, in Kerala, in un piccolissimo villaggio del distretto di Trivandrum, a un’ora dalla civilizzazione di qualunque tipo, dove vivevamo in modestissimi alloggi ove la televisione veniva considerata un lusso per pochi, ho ritrovato il contatto con me stessa. Lontana da tutte quelle cose considerate cosi’ necessarie ed importanti nella vita occidentale, vivendo di pochissime cose, dormendo per terra, camminando scalza, mangiando con le mani - proprio come facevano i miei antenati - mi sentivo di nuovo a casa.

Ho vissuto l’India conoscendo persone locali di diversi cammini. Ho visto purtroppo atrocità umane indescrivibili, ed ho capito che avevo ancora molto da fare, e che avrei dovuto usare i miei privilegi per questo. Ma le loro discipline spirituali avevano molto senso per me, e quindi iniziai a studiarle, insieme allo Yoga. Avevo ritrovato la mia essenza, almeno in parte, avevo capito cosa avevo perso.

Tornata in occidente quindi ho capito che non ero li’ solo per imparare ma soprattutto per insegnare. Ma mi spettava ancora un lungo cammino prima di poter raggiungere il mio potenziale. All’inizio partecipavo in associazioni attiviste contro la violenza, la guerra, la corruzione. Poi ho ripreso la mia passione per la scienza, ma stavolta senza dimenticare la spiritualità ed i principi dell’essenza umana.

Ed e’ cosi’ che ho iniziato a costruire una vita basata su principi veri. Nel giro di vari anni ho imparato come usare il cibo, il sonno, l’esercizio fisico, la meditazione. Ho continuato i miei studi nella scienza occidentale, soprattutto la matematica, la fisica e la tecnologia. Infine sono arrivata ad un punto in cui ero pronta per staccarmi dal sistema ed iniziare il mio cammino verso il mio potenziale.

Quello che sto capendo e’ che l’uomo occidentale e’ prigioniero di se stesso. Si e’ creato una prigione fatta di sistemi, di leggi, di condizioni, di limiti entro il quale non e’ possibile vivere, e stenta a sopravvivere. L’uomo occidentale ha utilizzato le sue tecnologie, le sue conoscenze per alimentare l sue paure, le sue vergogne, ed isolarsi e separarsi anziché connettersi. Al contrario della facciata che protrae di se quindi, di un essere evoluto ed avanzato, e’ in realtà un bambino che vive nella paura e nella vergogna, e che si rinchiude in una prigione di falsa sicurezza e potere.

Ora capisco perche’ erano cosi’ disperati quegli uomini che sono venuti a distruggere le nostre foreste. Ora capisco perché erano cosi’ assetati, cosi’ vuoti.

La cosa triste e’ che in tutto questo l’uomo occidentale e’ convinto che il problema sia esterno, sia qualcosa al di fuori di lui. Non vede come si sta distruggendo con le sue stesse mani. Ironicamente, piu' gli mostro la realta', piu' mi vede come nemica, come parte delle sue vergogne e paure.

Gli unici che mi ascoltano sono quelli che hanno toccato il fondo in questo sistema. Che sono arrivati talmente in basso che non possono piu' evitare la realta'. Ma vorrei poter dare il mio messaggio a chi si trova ancora in uno stato dove sia possibile la prevenzione.

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