• Valentina Poletti

Aereo


Molte persone sicuramente avranno notato quanto tempo passo in aeroplano, nonostante la mia natura ecologista. C’e’ qualcosa che mi ha sempre attirato di queste scatole di metallo volanti, non da escludere il fatto che il mio primo viaggio avevo solo due settimane. Ma no, non e’ per questo. C’e’ un motivo più profondo.

Fin da piccola infatti, non mi sono mai sentita a casa da nessuna parte, e non perché venissi sballottata tra un paese e l’altro dalla tenera infanzia - sebbene senz’altro questo possa avere influito - ma perché non mi sono mai sentita appartenere a nessun luogo, nessun gruppo, nessuna famiglia, nessuna società. La pecora nera della famiglia, il capro espiatorio della situazione, ero sempre quella diversa, quella al di fuori dal cerchio, quella incompresa. Di fatto mi sento straniera in ogni paese. All’asilo, in Austria, venivo bullata dai bambini più grandi, che mi picchiavano durante la pausa pranzo, perché ero l’unica straniera. Nel paesello Italiano dove ho fatto le elementari ero l’unica meta’ Polacca, e che avesse vissuto all’estero, ed ero esclusa e presa in giro per tutta una serie di altre scuse.

Ho avuto un respiro di sollievo quando al liceo, in Austria, ho frequentato una scuola internazionale. I miei migliori amici li’ erano una Giapponese, una Russa, un Indiano, una Koreana del Nord (si, del Nord), e non ero più l’unica persona strana nel mix variegato ed internazionale. Poi di nuovo a New York, dove la stranezza e’ la normalità, mi sono di nuovo sentita fondere nel miscuglio di estremi di tutto il mondo. Ma non mi sono mai sentita davvero a casa. Ovunque vado, domina una cultura predominante e - di solito - il suo opposto non voluto - ovvero i capri espiatori di quella cultura. Non conformandomi mai al prima, di solito finisco sempre per fare parte del secondo.

Ma vi e’ un eccezione a tutto questo, una sola. Solo chi ha vissuto sempre ai margini della societa’, può capire quello che sto per dire. Ma mentre siamo su quell’uccello bianco di metallo per qualche ora siamo tutti uniti sulla stessa barca. Non importano nazionalità, percorsi di vita, professioni, eta’, inclinazioni sessuali. Per diverse ore siamo compagni di viaggio uniti da una stessa missione - arrivare ad una certa destinazione - e le nostre vite si incrociano in maniera davvero vitale. Infatti, se affonda, affondiamo tutti, dipendiamo tutti quanti gli uni dagli altri con le nostre vite, come viene ricordato all’inizio di ogni volo dalle istruzioni di sicurezza. Se qualcosa va storto, non vi sono privilegi.

E cosi’, per qualche ora, siamo tutti connessi in questo uccello che ironicamente sorvola dall’alto tutte quelle barriere chiamate confini, che normalmente dalla terra ci separerebbero gli uni dagli altri. Ora passa sopra le montagne Svizzere, poi sopra la Georgia, ed ecco le luci di New Dehli - tutto il mondo si conglomera sotto il finestrino, da dove non sembra per nulla separato.

Tutti i conflitti, le guerre, le separazioni svaniscono dall’alto. Per un attimo il mondo funziona esattamente come vorrei io. E mi sento a casa.

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