• Valentina Poletti

Una missione impossibile

Finalmente la mia testa poggia su di un letto che e' mio, almeno per qualche giorno, in una camera tutta mia in un'appartamentino a Milano che ho affittato su Airbnb. Sono le 11 di sera, il treno e' arrivato con piu' di un'ora di ritardo, ma non m'importa. Sono troppo stanca per pensare. Le ultime settimane sono stata una corsa ad ostacoli, sia mentalmente, fisicamente ma soprattutto emotivamente parlando. Dopo aver scalato i monti dell'Himalaya e dopo tante altre avventure, mi sentivo pronta per affrontare le ferite piu' profonde del passato, rivedendo la mia famiglia. Ho passato una settimana da mia nonna, la fonte principale di vari traumi famigliari, e poi alcuni giorni da mia mamma. Durante tutto questo tempo non solo ho fatto una crescita interiore accelerata ma ho svolto il ruolo di psicologo/consigliere/guida e tutto questo mentre cercavo di gestire i triggers che mi venivano innescati. Emotivamente e' stato molto, molto intenso. Con mia nonna e' abbastanza difficile, ma con mia madre ogni volta e' una sfida enorme. Mia nonna si e' lasciata andare nel vittimismo, nell'arrendevolezza, nella depressione e nella malattia. Mia madre oltre a cio' ha scelto un percorso di auto-tortura ed auto-distruzione che porterebbero qualunqua persona sana di mente a preferire la morte. Tutt'ora mi e' molto difficile capire le loro scelte, anche se alcuni passi avanti vi sono stati, e alcune cose in piu' le ho capite di loro. E' difficile capire perche' una persona scelga una vita di sofferenza e di auto-lesionismo. Tutto cio' fa ancora scaturire dei triggers in me: in parte alcune ombre che non avevo ancora integrato sono riaffiorate, in parte sento forti resistenze a tali scelte. Non e' facile vedere una persona a cui si vuole bene soffrire cosi' tanto, soprattutto quando si ritiene che tale sofferenza sia del tutto inutile. In tutto cio' mi sento fallita, responsabile ed in colpa. Sento di avere un ruolo che non riesco a compiere, sento di avere un potere che non riesco ad utilizzare. Allo stesso tempo mi rendo conto che tale ruolo e tale potere sono un peso inopportuno che mi sono stati assegnati ingiustamente. Nessuna persona dovrebbe essere responsabile della felicita' di un'altra, soprattutto quando si tratta del proprio genitore. Eppure purtroppo nella nostra societa' spesso si fanno figli proprio per questo motivo, per poterli usare o per potervi scaricare i propri problemi non risolti. Mia madre ha svolto questo ruolo per sua madre ed ora si aspetta che io faccia lo stesso. Se non mi adeguo a tale ruolo, il ricatto e' che crede che non mi importa di lei. Ma al contempo non importa quanto io mi impegni, quanto io provi, in ogni caso fallisco sempre nei miei tentativi di aiutarla perche' in fondo lei non vuole essere aiutata. I barlumi di speranza che avevo di riuscire un giorno a ridere o per lo meno a sorridere con lei stanno svanendo. Ogni volta vi e' sempre piu' fredda crudelta' in lei. Invece di utilizzare il suo dolore per crescere, lo utilizza per chiudersi sempre di piu', per andare sempre piu' a fondo, e disconnettersi da qualunque essere umano. Non ricordo l'ultima volta che l'ho vista non sofferente. Gli interventi fisici a cui si e' sottoposta farebbero rizzare i capelli a qualunque persona. Eppure per lei e' una routine di normalita' a cui si sottopone quasi come un rito, quasi come se si aspettasse che se soffre abbastanza, se si sottopone ad abbastanza dolore, finalmente verra' amata e riconosciuta. Non si rende conto di essere amata a prescindere. E' convinta che alle persone intorno a lei non importi nulla di lei. I traumi che hanno origine nella mia famiglia sono molto forti. Essi provengono dalla guerra, dall'oppressione politica e dalla tortura. Non sono cose facili da smaltire, e i miei famigliari sono cresciuti in un tempo in cui internet non c'era, e non vi era modo di informarsi su come gestire tali cose. Io sono stato il primo membro della famiglia a seguire un percorso di guarigione grazie alle mie ricerche e le mie letture. Purtroppo temo anche di essere l'unica. Non sembra esservi modo di comunicare i miei apprendimenti alle donne che mi precedono, ne' di aiutarle a guarire. Il mio timore piu' grande e' che mia madre morira' senza aver mai conosciuto se stessa, senza aver mai preso l'opportunita' di espandersi in questa vita e di amare e sentirsi amata. Per quante esperienze atroci abbia avuto io, e per quanti errori io abbia commesso nella mia vita, so che c'e' sempre un migliore domani, e ne e' la dimostrazione l'intensita' con cui mi espando, crescendo e migliorando sempre di piu', diventando la versione ottimale di me. Mi terrorizza l'idea che una persona possa invece non vedere mai la luce alla fine del tunnel, che non possa conoscere altro che la sofferenza nella propria vita. Ma per quanto io provi ad illuminare, temo che questo sia il destino di mia madre. Non riesco a sopportare l'idea di non vederla sorridere mai piu'. Eppure nei suoi occhi non c'e' piu' un briciolo d'amore. Quando l'ho salutata prima di partire, dicendole che le avrei fatto sapere quando sarei potuta di nuovo venire a trovarla in Italia, non mi ha neppure guardato. Si e' girata, come se non esistessi, troppo occupata nel suo dolore per notarmi.

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