• Valentina Poletti

Una medaglia per l'autosacrificio

Ci viene insegnato a scuola, in famiglia. Lo vediamo ritratto nei film, nei racconti e nei media. E' diventata quasi un'ossessione, uno scopo di vita. Il sacrificio e' diventato il nuovo motto di valore. E' visto come onorevole, coraggioso, di grande carattere. Piu' una persona si sacrifica, piu' essa e' altruista, benevolente, valorosa. Ma e' davvero cosi'? Innanzitutto dove e' iniziata questa idea, ovvero che sacrificarsi sia un segno di valore e coraggio? Sicuramente si puo' vedere come questo tipo di mentalita' possa essere nata in situazioni ed in societa' basate sul controllo ed il potere. E' infatti nell'interesse di chi vuole controllare e avere potere, diffondere tali credenze nei suoi "sudditi". Nessuno si piegherebbe infatti se non ci fosse un credo comune che farlo, in qualche modo ci compensi. Questo tipo di mentalita' e' stata perpetrata anche dalle religioni, dove per far si che alcuni individui potessero riempirsi di potere e di ricchezze, era necessario che le altre persone pensassero che privarsene in qualche modo li innalzasse. Ma vediamo questa dinamica piu' nel dettaglio, dall'infanzia per la precisione. Supponiamo di essere cresciuti con genitori poco disponibili ed egocentrici. Supponiamo quindi che fin da piccoli ci venga insegnato che sia sbagliato soddisfare i nostri bisogni, e che prima vi siano quelli dei nostri genitori. Cosa succede in questo contesto? Il bambino, essere completamente vulnerabile e dipendente dai suoi genitori, impara ad internalizzare questa credenza per poter "sopravvivere" - infatti per il bambino l'amore del genitore significa nientemeno che sopravvivenza - e dunque impara che avere dei bisogni e dei desideri sia una cosa "cattiva", mentre sacrificarsi per gli altri una cosa "buona". Impara a reprimere le proprie parti non accette, per far spazio solo a quelle accettate dai genitori. Diventa un'adulto meta' soppresso, che risultera' infelice poiche' non sara' in grado di seguire i propri desideri e soddisfare i propri bisogni, e pensera' di doverli sacrificare per gli altri, per non essere una persona "cattiva". Il problema di questa dinamica e' che non e' sostenibile. Che lo vogliamo o meno, che lo accettiamo o meno, ogni essere umano ha dei bisogni, e questo fa parte della nostra natura. Cosi' come non si puo' pretendere che un'albero cresca senz'acqua, non si puo' pretendere che una persona umana cresca senza soddisfare i propri bisogni. Ma come si fa allora? Siccome non si permette di soddisfarli apertamente, il proprio subconscio inizia a soddisfarli indirettamente, ovvero tramite la manipolazione. Ecco quindi che l'autosacrificio diventa un pretensto per sentirsi vittime. Se non possiamo soddisfare il nostro bisogno innato di sentirci amati e voluti, lo faremo manipolando le persone a sentire pieta' nei nostri confronti - agendo come vittima o come martire, per ottenere tali attenzioni indirettamente. Se non siamo in grado di chiedere aiuto alle persone, le manipoleremo cercando di farle sentire in colpa per cio' che non fanno per noi. Ma vediamo nel particolare come questa dinamica si riflette nel rapporto madre-figlio, uno dei rapporti piu' esemplari dove e' presente questa mentalita' di sacrificio. La societa' infatti si aspetta che la donna sacrifichi se stessa per i propri figli, come se ci fosse qualcosa di onorevole nel farlo. Addirittura, quando una donna e' in gestazione, in alcune culture perde completamente i diritti sul proprio corpo - che diventa proprieta' e quindi oggetto di decisione del suo governo o di altre persone. Vediamo come questa mentalita' influsice sul rapporto madre-figli. Dato che la donna e' convinta di non poter soddisfare i propri bisogni e desideri quando questi sono in conflitto con quelli dei figli, perche' farlo la renderebbe una "cattiva madre", e' convinta di dover sacrificare la propria felicita', i propri bisogni, i propri desideri, per quelli dei figli. Ma c'e' un problema in tutto cio', anzi piu' di uno. Innanzitutto, per chi e' famigliare con la prospettiva filosofica del tutt'uno, diventa immediatamente ovvio il primo problema, ovvero che non e' possibile amare le altre persone se non si ama se stessi. In secondo luogo, il secondo problema e' che, dato che, come menzionato, non e' possibile non avere bisogni e desideri - perche' essi fanno parte della natura umana - il subconscio di questa donna iniziera' a cercare di soddisfarli indirettamente. Ella iniziera' a sentire rancore verso i propri figli per cio' che le hanno "tolto". Quando i figli cresceranno, si aspettera' che essi sacrificano se stessi - cosi' come lei a fatto con se stessa - per ridarle cio' che si e' tolta per loro. Questo diventera' un peso enorme per i figli, ai quali praticamente verra' tolto il diritto di avere una propria vita perche' saranno perennemente in debito con la madre. Non solo, ma proprio perche' non si puo' amare senza amarsi, non si puo' rendere felice gli altri se non si rende felice se stessi - i figli saranno cresciuti con una madre infelice, assente, triste - e quindi i propri bisogni di amore, di attenzioni e di stimoli saranno venuti a mancare. I figli stessi quindi saranno persone infelici. Insomma se vogliamo vedere piu' chiaramente come funziona questa dinamica, e' piu' onesto dire "sacrifico me stesso in modo da sacrificare anche te, cosi' perdiamo entrambi". Il sacrificio non e' amore. Alla fine, anche i gesti piu' altruisti vengono fatti per se stessi - che vogliamo constatarlo o meno. Quando ci sacrifichiamo, lo facciamo perche' vogliamo essere considerati "buoni", "brave persone" o per essere accettati, insomma alla fine lo facciamo per il nostro ego, non per quelli per cui ci sacrifichiamo. Quei genitori che sacrificano la propria vita per fare avere il top ai figli - scuole costose, bei vestiti, eccetera - con la scusa che "vogliono far avere ai propri figli cio' che essi non hanno mai avuto", lo fanno di nuovo per se stessi: usano i figli come un'estensione di se, per soddisfare cio' che hanno represso nella loro vita, ignorando quella che e' la vera persona del figlio, i suoi bisogni, i suoi desideri. Se vogliamo veramente amare e dare, la cosa migliore e' iniziare con noi stessi. Quando impariamo ad amare noi stessi, a soddisfare i nostri bisogni, i nostri desideri, questo avra' un'effetto onda che si propaghera' su chi ci sta intorno. La nostra felicita', ed il nostro amore contagera' gli altri, facendoli sentire amati ed ispirandoli a trovare la loro felicita'. Quindi non illudiamoci che il sacrificio serva a qualcosa, se non a soddisfare i nostri bisogni repressi usando le altre persone indirettamente.

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